Le perfomance di Federico Cozzucoli nel contesto della sperimentazione artistica del MACC di Calasetta

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De Sabrina Sabiu

Domenica 5 Maggio dalle ore 9 in concomitanza con Monumenti Aperti presso la Galleria a Cielo Aperto di Mangiabarche l'artista Federico Cozzucoli realizzerà la sua nuova performance dal titolo Martyrium, che avrà come scenario lo splendido panorama della costa Calesettana, circondato dalle strutture militari realizzate per i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale, oggetto di recupero da parte della Conservatoria delle Coste, come lo spazio che ospita la Galleria a Cielo Aperto. L’artista condurrà, come il Buon Pastore di religiose memorie, un gregge di pecore e nel suo cammino sarà accompagnato dal suonatore di launeddas Michele Deiana. L'azione sarà documenta dal videoartista Matteo Campulla, che realizzerà le riprese e firmerà la regia della video opera insieme all’artista. Accompagna la performance un racconto scritto per l'occasione del drammaturgo Davide Tolu. 

Hanno collaborato il pastore Federico Verona di Calasetta per il gregge e l'artista Massimiliano Marraffa per il ritratto fotografico.

Federico in cosa consiste questo lavoro? consiste in due performance: una verrà realizzata a Calasetta e l’altra a CAGLIARI a distanza di due settimane l’una dall’altra. La prima sarà presentata il 5 Maggio a Calasetta, in occasione di Monumenti aperti, alla Galleria all’aperto, nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea recuperato dalla Conservatoria delle coste e gestito dal MACC. La performance nasce in collaborazione con il comune e gli altri partner del progetto e con un videoartista di Cagliari, originario di Iglesias e vissuto in Germania, Matteo Campulla.

Come nasce la collaborazione con Matteo Campulla? è stata casuale, cercavo una collaborazione per la performance di Calasetta, che è un’azione, che riprendesse l’opera e Campulla è un video artista di pensiero che è congeniale alla performance evento, a due mani realizzeremo il montaggio del video e firmeremo l’opera video.

La performance seguirà un doppio canale, quella dal vivo e quello della documentazione? Sì, lavoro sempre in questo modo, alla performance dal vivo segue sempre un video art che documenta la performance. Io lavoro sempre per l’azione e in questo caso ci sarà anche una scultura all’interno della Galleria all’aperto. L’opera documento sarà arricchita da scatti fotografici, che saranno utilizzati come installazioni successive.

Il titolo della performance di Calasetta? Il titolo è Martyrium, ricorda il tema del martirio in chiave religioso cristiana, l’idea è quella di portare all’interno di questo spazio un gregge di pecore ricordando la figura del buon pastore che conduce il suo gregge; oltre il tema sacro religioso c’è anche un tema laico che rappresenta il rapporto dell’uomo con la natura, un rapporto che nell’epoca contemporanea si è trasformato in abuso della natura, in uso scellerato, perdendo il contatto con la signoria della natura e quindi quella dimensione di Eden che era stato affidato all’uomo da Dio per essere governato. L’uomo oggi sfrutta la natura per la sua sopravvivenza. 

ad uso e consumo in senso negativo? Sì , un abuso e questo concetto lo vedo chiaramente espresso qui nel Sulcis, un territorio che ha molta natura incontaminata che convive con spazi altamente antropizzati dall’industria, da edilizia di un certo tipo che non riesce a trovare un equilibrio. È la prima volta che creo un’ opera che dialoga così forte con il territorio in cui vivo. Io sono a Calasetta da due anni. La prima mostra l’ho fatta a Cagliari nel 2005 ma non interessava il territorio.

Cosa ha influito sulla realizzazione di questa performance? la frequentazione del luogo ti porta a riflettere, a sviluppare temi che riguardano i luoghi in cui vivi. Non c’è un lampo di genio improvviso è un qualcosa che si realizza nel tempo. Io Non sono un artista che parte dalla scintilla. Questo lavoro è nato dalla possibilità di realizzare qualcosa nel territorio e per il territorio. I materiali li avevo da anni, come la pelle di pecora che ho conservato nel sale, pensando che prima o poi l’avrei utilizzata. poi è nata l’opportunità. C’è anche il coinvolgimento di un pastore di Calasetta, che mi aiuterà logisticamente a realizzare l’opera. Non è una novità per la gente del luogo interagire con gli artisti che periodicamente si trovano a Calasetta.

Come vive l’arte il centro di Calasetta? La gente di Calasetta ha un rapporto con il suo Museo, quando io parlo del Museo, sanno che esiste, che è una realtà consolidata, magari non ci sono mai entrati, ma sanno che il museo è un luogo di cultura e sperimentazione artistica e quindi quando io ho chiesto la collaborazione alle persone del posto non è sembrato affatto strano. L’arte fa parte del contesto. Inoltre, 30 anni di vissuto di Leinardi (fondatore del Museo) ha dato alla struttura anche una certa “sacralità”; Leinardi era un personaggio che viveva nel suo mondo d’arte, staccato dalla comunità, così lo raccontano i calasettani, era l’Artista.

Questa presenza è positiva per il centro di Calasetta, permette una frequentazione interessante anche oltre i mesi estivi? Sì , anche se non vedo enormi afflussi di turisti per il museo, ma per la Sardegna e per il territorio è un punto d’incontro molto interessante e il valore lo trasmetti al turista che arriva d’estate. All’interno del museo ci sono artisti internazionali che fanno da richiamo importante. C’è la volontà di continuare a livello culturale e non fermarsi a quello che è stato il giacimento culturale realizzato da Leinardi.

Tu risiedi ormai da due anni a Calasetta e la puoi considerare la tua sede artistica attuale, hai trovato criteri di confronto per la tua espressività? Io ho vissuto anche in ambiente romano, dove vi erano molti artisti, molti anche di buon livello; con alcuni ho instaurato rapporti di amicizia, dati anche alla frequenza degli studi. Qui il rapporto è diverso, è oggettivo. Gli artisti li vedo in un luogo istituzionale, quello del museo e mi rapporto con essi in modo differente. Ho quel distacco necessario per un giudizio critico.

In questo caso, quindi è positivo questo confronto? Sì , qui puoi guardare solo il lavoro a prescindere dal contatto con l’artista, che può esserci o meno. Con gli artisti di residenza, cioè quelli che vengono a Calasetta per realizzare le opere, c’è un rapporto alla pari, perché mi confronto come uno di loro. Il museo istituzionalizza molto il lavoro; mentre a Roma di frequente potevo vedere i lavori in gallerie private, piuttosto che nei musei, la galleria privata implica il rapporto commerciale che ha un’influenza determinante sulla scelta dell’artista e dell’opera. Nel museo non è contemplata la scelta commerciale, la scelta è culturale, quindi, anche la critica al lavoro di un artista che sta in un museo è diversa, qui ti concentri sul messaggio artistico che l’opera vuole trasmettere, mentre l’opera della galleria privata è valutata in base al gradimento legato all’acquisto dell’opera e non puoi fare le domande giuste all’artista. Nel contesto istituzionale hai la libertà di critica , nella galleria d’arte no, rischi di offendere il lavoro del gallerista. 

La Galleria all’aperto di Calasetta è uno spazio che allarga quelli del museo, che offre nuove opportunità? Il MACC sta portando avanti una politica di nuova sperimentazione artistica, Io ho una collaborazione esterna con gli spazi del Museo, la performance da me proposta è piaciuta, non è un’azione invasiva rispetto alle programmazione del MACC. Probabilmente ci sarà anche una collaborazione per un progetto didattico legato alla videoarte. 

C’è una relazione tra il lavoro che presenti a Calasetta e quello che presenterai a Cagliari? C’è anzitutto un rapporto di forma espressiva: sono entrambe delle performance; un altro rapporto l’ho trovato nei luoghi: a Calasetta, la Galleria all’aperto era la Caserma della Marina militare della 2^ Guerra mondiale; a Cagliari la performance verrà ospitata nell’ex Rifugio Don Bosco, che veniva utilizzato dagli abitanti di Cagliari durante i bombardamenti ed è dedicata proprio al secondo conflitto mondiale. In questo lavoro c’è un forte riferimento al dittatore tedesco: la performance consiste nella mia identificazione con questa figura, che simboleggia il nostro peccato culturale originale con cui noi occidentali europei ci dobbiamo confrontare e forse non riusciamo a perdonarci, anche se non ne siamo direttamente responsabili. Io non ero neppure nato e ho vissuto questa esperienza storica attraverso le testimonianze dei miei nonni, i libri di storia e con i vari approfondimenti sul tema, oltre varie biografie sulla figura del dittatore e con grandi problemi interpretativi; l’idea di scegliere questa particolare figura è data dal fatto che rappresenta il male assoluto, non è una figura che ha delle luci come nel caso del dittatore italiano, che ha delle pesanti ombre, ma qualche luce la possiamo trovare. la riflessione ulteriore è sul popolo che ha seguito quella figura e mi sorge la domanda: è tutta colpa sua o qualche responsabilità la possiamo attribuire anche a chi lo ha seguito? Qual’è la colpa del popolo? E’ questo il problema.

Perché lo identifichi con la tua persona? Perché è difficile giudicare gli altri, quindi identificando questo male con me stesso è come dire che devo perdonare me stesso per le MIE colpe e non attribuirne ad altri la responsabilità.

È come se ciascuno di noi fosse responsabile? Sì, in effetti sì, sono responsabile io, perché non posso dire che sia tu.

Quindi io posso interpretare la performance come una mia assunzione di responsabilità? Certo, se vuoi, oppure puoi dirmi che sono pazzo. Sono le due possibilità che l’opera offre al pubblico. L’azione all’interno di questo spazio è una moltiplicazione del mio autoritratto per 144 volte; la ripetizione è l’autoidentificazione, il credere se stessi qualcosa di forte, importante e potente. La performance pone noi stessi come oggetto di culto e rappresentazione.

E’ il concetto del superuomo? Sì, però è l’idea del superuomo snaturato dal suo significato filosofico originale e sfruttato come propaganda politica; è successo anche con l’opera di Wagner. Gli artisti contemporanei sono molto politicizzati, io non parteggio per nessuno e faccio politica con il mio lavoro, mi espongo in questo senso. Questo lavoro in particolare poi si sviluppa in maniera complessa esprime emotività e deve suscitare emotività nelle persone che vanno a vederlo.

Quello che tu definisci politico è quindi stimolare diversi giudizi rispetto all’opera? Si, certo. Una volta ad esempio, mi è capitato in occasione di un’esposizione di un’opera che aveva a che fare con la Morte, una persona che l’aveva vista aveva espresso un giudizio negativo, io l’ho ringraziata perché il suo giudizio aveva colto il senso del messaggio: se tu hai un problema a rapportarti con questo tema è giusto che esprima il tuo disagio. Significa che l’opera trasmette il suo messaggio.

Quando verrà allestita la performance di Cagliari? Il 17,18 e 19 maggio, dalle 19.00 alle 21.00. i partner del progetto sono il Consorzio Camu, il Centro Servizi Cultura Anfiteatro, che gestisce lo spazio Don Bosco e il Comune di Cagliari.

Come è nata questa collaborazione? Il lavoro è stato proposto al Consorzio Camu, che avrebbe voluto presentarlo all’EXMA, ciò non è stato possibile perché la struttura è in restauro, quindi è stato scelto questo nuovo spazio. Con il consorzio è prevista un’altra collaborazione con un laboratorio dedicato a tutti, durante la festa della Repubblica a Giugno. In questo laboratorio ciascuno potrà lavorare alla realizzazione del proprio autoritratto in maniera molto ludica. Può essere anche un’esercitazione di autostima, dove ognuno si esercita in una tecnica per la quale pensa di non essere portato. 

 

Federico Cozzucoli nasce a Messina nel 1972. Lascia la Sicilia a diciannove anni per intraprendere gli studi teologi, che conclude nel 1999 conseguendo il baccellierato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. Successivamente, scoperta la sua vocazione da artista, cerca di mediare la teologia con l'arte e si iscrive alla Pontificia Università Gregoriana, dove studia i temi dell'arte sacra e consegue il diploma di operatore per i Beni Culturali della Chiesa. Nello stesso periodo frequenta la Scuola Libera del Nudo all'Accademia di Belle Arti di Roma e comincia ad avere le prime esperienze espositive. La sua principale espressione artistica è la performance, dove mescola l'esperienza rituale liturgica della Chiesa Cattolica – che non più praticare attivamente e costantemente come un tempo – con elementi sincretisti sia della cultura pop che della cultura alta, riflettendo gli elementi che caratterizzano il cattolicesimo contemporaneo: la devozione popolare e l'alta teologia che si confronta con il mondo della grande cultura filosofica. Queste tematiche, trattate in maniera non confessionale, sono oggetto dei suoi video, fotografie, rielaborazioni pittoriche e digitali, sculture, ma è da ribadire che la maggior parte delle opere nascono per le performance o si sviluppano in seguito a queste. Da qualche anno trascorre i suoi inverni a Calasetta dove, in un ambiente silenzioso pieno di mare e natura, ha avuto modo di meditare e approfondire le tematiche del suo lavoro. Dal 2010 si è dedicato a produrre più nuove opere che all'attività espositiva e nel 2011 alla promozione della rassegna "Gesto Segno Disegno".

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