Isole nazione e lingue nazionali - Riforma Protestante e scelte linguistiche (parte 2)

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II.

Oggi Taiwan è una democrazia emergente, una nuova repubblica di fatto già sovrana, la cui indipendenza non è però riconosciuta dalle nazioni unite. In seguito alle continue pressioni della Repubblica Popolare Cinese, che intende annettere Taiwan come nuova provincia, a partire dal 1987 il governo Taiwanese ha abolito le leggi marziali, in vigore dal 1949. Ha quindi cominciato a intessere intense relazioni commerciali e culturali con la comunità internazionale. Durante gli anni ’90, con l’emergere del discorso sul multiculturalismo, diversi gruppi di intellettuali taiwanesi sono lentamente riusciti a influenzare il dibattito pubblico e l’elaborazione politica ai fini di riconoscere a tutte le culture e a tutte lingue taiwanesi la dignità che fu loro negata durante i primi 40 anni di politiche linguistiche centraliste e tese al monolinguismo, i cui effetti repressivi si possono ancora riscontrare nei sentimenti di vergogna che tre generazioni intere di cittadini taiwanesi presentano nel rapporto che hanno con la propria lingua madre.

Prima di descrivere i mutamenti radicali nelle politiche linguistiche avvenuti a Taiwan nell’ultimo decennio è necessaria una breve digressione storica sulle ideologie linguistiche operate sull’isola in età moderna. Come abbiamo già visto nella prima puntata, nel Settecento, ancora prima che le popolazioni di origine cinese migrassero a Taiwan, la potenza Spagnola competeva con quella Olandese per il dominio dell’isola. In questo periodo, gli ufficiali coloniali, i commercianti, e i missionari, classificarono le popolazioni locali in due gruppi principali: i pingpu, ovvero il gruppo che vive sulle pianure costiere, e i kaoshan, il gruppo che vive sulle montagne interne. Tra i primi vi erano pescatori e commercianti di origine cinese e giapponese stabilitisi presso alcuni centri costieri e nelle pianure a breve distanza dalla costa. Si trattava di pescatori, commercianti e pirati, che in base alle condizioni metereologiche si spostavano verso il continente o verso l’arcipelago giapponese.  

Quanto ai secondi, agli occhi degli primi europei che sbarcarono sull’isola, i kaoshan, le popolazioni delle montagne, possedevano tutte le caratteristiche del modo in cui l’Europa metropolitana, al tempo ancora immersa nelle conseguenze della Rivoluzione Copernicana, della Riforma e della Controriforma, e negli albori del pensiero Illuministico, immaginava le società primitive: i kaoshan non possedevano un alfabeto, erano immerse nell’idolatria e in pratiche magiche inscindibili dalla vita socio-culturale, non avevano un mercato aperto, e la loro economia di sussistenza si fondava su una suddivisione del lavoro semplice e gerarchica. In questo senso, la competizione tra Spagnoli e Olandesi sul controllo economico dell’isola non contemplava solo un tornaconto economico dal dominio dei porti, ma assunse al contempo la dimensione di una missione civilizzatrice e di conversione al Cristianesimo delle popolazioni “barbare” e “primitive” che vivevano sulle montagne. 

Quanto al progetto di evangelizzazione delle popolazioni locali, le politiche linguistiche dei dominatori europei erano condizionate fortemente dal contrasto tra la visione Cattolico-Romana degli Spagnoli e quella della Chiesa Protestante Olandese. L’assenza di una lingua comune sull’isola, e la mancanza di un sistema di scrittura, resero il progetto di conversione dei taiwanesi al Cristianesimo un compito relativamente semplice rispetto alle difficoltà che i missionari europei incontravano sul continente e nel Giappone stesso. I cattolici Spagnoli, per i quali l’unico metodo ortodosso adatto a fare proseliti era la lettura della Bibbia in Latino, mostrarono una forte resistenza nell’usare le lingue locali. Al contrario, le politiche linguistiche degli Olandesi furono influenzate dalle scelte che la Chiesa Protestante aveva già fatto in Europa, ovvero di usare il vernacolo ai fini dell’istruzione e dell’evangelizzazione, piuttosto che il Latino.

L’introduzione dell’alfabeto latino nella trascrizione delle lingue locali da parte degli Olandesi, non fu quindi solo operata ai fini della missione civilizzatrice, ma anche per assicurarsi un vantaggio economico e un maggiore controllo territoriale e della popolazione locale rispetto agli Spagnoli. La strategia dei missionari olandesi di utilizzare le parlate locali si dimostrò quindi una scelta di successo, anche se la propagazione della religione Cristina tra i taiwanesi fu permessa solo laddove garantiva un’ulteriore modo di controllare l’isola. Per le autorità Olandesi, quindi, l’evangelizzazione delle popolazioni locali era da operare in funzionale all’aumento della stabilità sociale sotto il regime coloniale. Nel momento in cui i missionari Protestanti iniziarono a scrivere grammatiche delle lingue Austronesiane, mentre al contempo traducevano il catechismo cristiano, le lingue locali assieme ai loro parlanti vennero differenziate secondo le catagorie linguistiche europee e secondo un particolare modo europeo di concepire la relazione tra le lingue e le dimensioni socio-culturali.

In altre parole, le scelte linguistiche operate sull’isola durante il dominio coloniale Olandese seguono la configurazione proposta da Judith Irvine e Susan Gal che abbiamo descritto all’inizio, secondo la quale “La differenziazione linguistica riflette le idee attraverso cui gli osservatori, assieme ai parlanti della lingua osservata, producono la propria comprensione delle varietà linguistiche, per poi riprodurre questo sapere disegnando mappe concettuali su persone, regioni e attività.” 

Il dominio dell’osservatore Europeo, delle autorità coloniali o dei missionari, è legato in modo molto più intimo alla produzione di conoscenza e alla classificazione dell’altro coloniale, che non semplicemente a un controllo politico ed economico della popolazione dominata. Dietro alla logica territoriale tramite la quale gli Europei descrivevano i territori e le popolazioni colonizzate, si cela la creazione di mappe e la demarcazione di confini territoriali in base alla localizzazione di lingue che gli Europei concepivano come monolitiche e omogenee. 

Una volta individuati i confini linguistici sulle mappe, gli Europei attribuivano ai gruppi che vivevano all’interno di queste aree delle essenze etnolinguistiche. Tali gruppi potevano così essere naturalizzati come tribù o etnie, e quindi descritti, catalogati, e più facilmente controllati.  La logica dietro la creazione di questo tipo di conoscenza riflette una particolare ideologia Europea che individua lingue omogenee in un dato territorio, e al contempo promuove il monolinguismo tra una data popolazione per amministrarne la naturale diversità linguistica e sociale. In questo senso, l’egemonia culturale e politica dell’Europa non si attuava nel solo controllo economico e territoriale, ma diventava parte inscindibile del sapere prodotto su un determinato gruppo sociale o popolo.

Puntate precedenti:

Isole nazione e lingue nazionali - Oltre il modello europeo (parte 1)

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