Perché non insegnare il sardo nelle scuole?

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Sono tra le quelle persone fortunate che ha un lavoro (anche se il lavoro non dovrebbe essere una fortuna ma un diritto), ma ogni tanto mi soffermo a leggere quelli che sono le offerte di lavoro. In particolare, tra i requisiti vedo quelli delle conoscenze e competenze linguistiche, come ad esempio, Italiano parlato e scritto o Inglese parlato e scritto o ancora tedesco parlato e scritto o russo o ancora cinese o giapponese.

E io aggiungerei “molto volentieri”: SARDO

No, invece non funziona così. E perché? Perché in una società che si avvia lentamente e non sempre positivamente al terzo millennio, sarebbe un vanto conoscere e parlare inglese, tedesco, cinese, russo o qualsiasi altra lingua del mondo, ma il sardo no.

Anzi, se ti sentono parlare in sardo ti dicono che sei grezzo. Altro che grezzo! Parlo il sardo e me ne vanto e l’unica cosa che mi spiace è di non conoscerlo perfettamente. Io non penso che i siciliani, i veneti e le altre popolazioni delle varie regioni italiane si vergognino di parlare il proprio dialetto. Ovviamente per noi la cosa è un po’ diversa. Infatti in certe regioni si tratta più di un accento, di uno “slang” più che di una vera lingua.

Noi invece abbiamo la fortuna, non sfruttata appieno, di poter parlare due lingue: l’italiano che ci viene insegnato a scuola e il sardo, la nostra madre lingua.

E già questo la dovrebbe dire tutta. Infatti è l’italiano che impariamo a scuola, così come l’inglese, il francese. Trarrei una conclusione: l’italiano è un’altra lingua? 

Allora da insegnante mi chiedo: perché non insegnare il sardo nelle scuole? Non perché sia una lingua straniera come quelle citate sopra, ma per recuperarne la conoscenza. Ovvio che come discorso non è facile, visto che in Sardegna, per via delle varie invasioni, soprattutto culturali, abbiamo diversi “dialetti”. 

Sicuramente, almeno per iniziare, per non continuare a perdere pezzi importanti di sardo, si può trovare un buon compromesso. Anzi direi che oltre al sardo si dovrebbe aprire all’insegnamento della cultura sarda, nell’accezione più completa del termine e ovviamente, non certo perché meno importante, all’insegnamento della storia della Sardegna.

E aggiungo che preferirei insegnare la nostra lingua, che già uso, un po’ per scherzo un po’ per gioco. Visto soprattutto come si divertono i bambini a sentire certe frasi, vuoi perché le trovano strane, vuoi invece perché ne conoscono il significato. E quanto mi fa piacere la cosa?! Non potete immaginarlo. Come non si può capire quanto mi dia soddisfazione sentire la mia janiscedda pronunciare, a quasi due anni, “babbu”, “ziu” e “nonnu” senza che nessuno glielo abbia mai insegnato, spontaneamente, come se sappia da sempre qual è la sua vera lingua.

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