Verde è il colore dell'eguaglianza

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Raramente, come nelle ultime settimane, le notizie dal mondo ci hanno offerto tanti spaccati di realtà contrastanti su sofferenze, sogni e battaglie di persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), a cominciare dall’escalation di violenze fisiche e verbali a casa nostra e in alcuni paesi a noi più o meno vicini, fino alle lotte istituzionali per il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo nella comunità globale.

In Iran, il giovane diciottenne Ebrahim Hamidi è tragicamente condannato all’impiccagione per il reato di sodomia. In Italia, a Roma, Massimo Frana, un insegnante di scuola superiore, dopo aver affittato una stanza in un appartamento confida alla proprietaria di essere omosessuale e si ritrova di colpo in strada, sentendosi dire dalla donna che “non vuole affittare casa a immigrati e gay”.

Negli Stati Uniti, mentre in California continua a fare scalpore la sospensione del recente decreto che proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso, alcuni rappresentanti del Partito Repubblicano si dichiarano omosessuali e proclamano, a sorpresa, che appoggeranno il matrimonio gay. In Europa, la commissione parlamentare per i diritti LGBT richiama tutti i paesi membri a rispettare i diritti fondamentali garantiti dalle leggi comunitarie per ogni cittadino a prescindere dall’orientamento sessuale, e incoraggia l’Unione Europea ad adottare misure affinché le leggi già approvate a livello comunitario siano garantite a prescindere dalle inclinazioni dei singoli governi statali.

Ma mentre questi dibattiti vanno avanti, e molti paesi, come ad esempio la Spagna e l’Argentina, cambiano anche articoli costituzionali per accogliere le istanze di una società in continua trasformazione, che cosa accade all’interno del sistema legale-istituzionale a cui sardi, oggi, sono soggetti? In che condizioni si trova la comunità LGBT sarda?

Tra le promesse inattese dei partiti italiani e gli eterni ostacoli posti dal Vaticano, quello che accomuna le persone LGBT che vivono sul suolo dello stato italiano è l’umiliazione di vivere in un clima discriminatorio e in balìa di una classe politica che non solo si disinteressa, dal punto di vista etico e politico, della qualità della vita di questi cittadini, ma che è inoltre intenta a mantenere uno status quo legislativo non equiparabile all’appartenenza dello stato italiano all’Unione Europea.

A seguito dei recenti gravissimi episodi di violenza fisica e dell’aumento degli episodi di omofobia, molti cittadini LGBT italiani decidono di lasciare il proprio paese e di trasferirsi all’estero per vivere una vita dignitosa. Molti decidono anche di trovare partner di paesi in cui il matrimonio tra persone dello stesso sesso è riconosciuto—chi può biasimarli?

Negli ultimi anni anche sul territorio nazionale sardo si è registrato un preoccupante aumento di casi di omofobia. Vessazioni, licenziamenti, aggressioni, violenze sessuali, omicidi. Episodi gravissimi accomunati dal fatto di avere come oggetto persone omosessuali. Dato il clima in cui ci troviamo, forse pensiamo che tutte le persone LGBT sarde (almeno una su venti, ovvero circa 80.000 sardi e sarde!) debbano seguire il destino di chi in altre parti del mondo decide di “migrare” per via del proprio orientamento sessuale, per vivere una vita dignitosa?

E se invece la nazione sarda fosse sovrana di attuare leggi e decreti che si confanno alle esigenze, e che rispettano le istanze, delle diverse componenti e fasce della società sarda? Le leggi che proteggono i diritti fondamentali dell’individuo a prescindere dall’orientamento sessuale sono già prerogativa della legislazione comunitaria europea. La Repubblica di Sardegna, come stato europeo laico, indipendente e sovrano, potrebbe decidere liberamente di mettere in atto tali misure contro l’omofobia e al contempo estendere il matrimonio alle coppie dello stesso sesso, senza la mediazione o l’influenza di nessun’altra entità statale o religiosa.

Nonostante la gravità della situazione, oggi molte persone LGBT sarde, sfidando le tendenze dei paesi che non rispettano le direttive europee, decidono di restare. Se non per qualche segreta perversione, che si rivelerebbe poi una perversione che accomuna la maggior parte dei sardi a prescindere dall’orientamento sessuale, per il semplice fatto che noi sardi proviamo un amore e un attaccamento, spesso viscerale, verso la nostra terra.

E forse non solo. Anche per il diritto che le persone LGBT sanno di poter avere, ma che oggi agli effetti pratici non hanno, di vivere nella propria terra senza doversi continuamente nascondere. Senza la paura di perdere il proprio posto di lavoro. Senza sentire il fiato sul collo di alcune persone omofobe che compiono continuamente atti di disturbo—ricordiamo bene, a tale proposito, gli episodi di questa estate sulle spiagge cagliaritane.

L’indipendenza nazionale della Sardegna non è una questione che nasce da e per altri. Non è una battaglia i cui successi si riversano solo su alcune categorie di persone, fasce sociali, o particolari professioni. L’indipendenza della nostra nazione deve passare in primis attraverso la piena determinazione delle libertà della persona e dei suoi diritti fondamentali, della sua maturazione e della possibilità di esprimere la propria individualità in modo creativo e autonomo, a prescindere dal proprio orientamento sessuale e dalla propria identificazione di genere.

La futura Repubblica di Sardegna ha già tra i propri princìpi fondanti la non violenza, il non nazionalismo, il non razzismo e l’inclusione delle diversità. La Repubblica che abbiamo in mente non dovrà prevedere alcun rapporto di sudditanza economica ma sopratutto etica, morale e culturale da parte di qual si voglia autorità morale o religiosa. Dovrà pertanto offrire possibilità eque alle persone LGBT e le sue istituzioni si dovranno impegnare, tramite il dialogo e l’interazione con la comunità LGBT stessa, a combattere la discriminazione, il pregiudizio e la violenza in ogni campo della vita sociale.

La Repubblica di Sardegna dovrà offrire alle persone LGBT sarde la possibilità di alzare finalmente la testa, di guadagnare nuova dignità, e di diventare sovrane nelle decisioni che interesseranno loro in modo diretto e indiretto, attraverso una partecipazione attiva e creativa alla vita istituzionale della nazione. L’indipendenza e la sovranità iniziano da ciascuno di noi, ma soprattutto per ciascuno di noi.

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