Isole nazione e lingue nazionali - Oltre il modello europeo (parte 1)

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Sbarcando per la prima volta su un’isola, molti aspetterebbero di trovarvi una sola lingua. Ma forse è sempre vero l’opposto. Taiwan e la Sardegna sono due isole nazione la cui realtà di plurilinguismo, formata da una storia millenaria di migrazioni e dominazioni, invita a fare un paragone. Si tratta di due isole nazione in cui il plurilinguismo è un dato reale, a prescindere dalle ideologie dominanti che hanno operato, di volta in volta, determinate classificazioni e scelte linguistiche.

A volte, avere una lingua comune non significa necessariamente essere un popolo. E questa lingua comune non è necessariamente legata a un solo gruppo linguistico dominante. Al contrario, un popolo che si identifica come tale può essere plurilingue, e decidere di adottare leggi che, come prima cosa, contemplano l’eguaglianza di tutte le varianti linguistiche usate dai propri cittadini, e, come seconda, che prediligono una valorizzazione pragmatica delle complessità locali, rispetto a formazioni di tipo essenzialista imposte da gruppi egemonici interni ed esterni.

Con questo saggio in cinque puntate intendiamo riflettere su alcuni aspetti della realtà europea e mediterranea a partire da una elaborazione politica effettuata in un paese dell’Asia Orientale. Penseremo quindi alla situazione linguistica, e di politica linguistica della Sardegna cercando, per una volta, di andare oltre alle categorie di pensiero assorbite e imposte dalla situazione europea. Prenderemo spunto dalle idee, ma soprattutto dalla pratica, di una isola nazione che ha avuto il coraggio di operare scelte verso una convivenza pacifica dei parlanti, oltre l'essenzializzazione dell'esperienza umana, linguistica e non, e la sua violenta imposizione sull'altro.

(*saggio originalmente letto allo Uìze Festival - Le isole e il Mediterraneo fra lingue, suoni, rivoluzioni, il 25/26 giugno 2011 a Carloforte)

Maltinu Dibeltulu

I.

Un vecchio detto conosciuto nelle discipline linguistiche recita: “Una lingua è semplicemente un dialetto che possiede un esercito e una flotta navale.” Come fanno notare le antropologhe Judith Irvine e Susan Gal in un loro studio (2000; 35), la differenziazione linguistica costituisce parte integrante delle politiche di un dato territorio e dei suoi osservatori. Le due studiose fanno un paragone: un esercito presuppone da un lato l’esistenza di una forza esterna, e dall’altro una sorta di barriera reale o immaginata da abbattere; allo stesso modo, l’identificazione di una lingua presuppone l’esistenza di un limite tra essa e le altre lingue con le quali essa entra in contrasto in una data area sociolinguistica.

La differenziazione linguistica riflette le idee attraverso cui gli osservatori, assieme ai parlanti della lingua osservata, producono la propria comprensione delle varietà linguistiche, per poi, in seguito, riprodurre questo sapere in altri campi della conoscenza umana, disegnando mappe concettuali su comunità, regioni e attività umane. In tal senso, la differenziazione linguistica non è mai una visione che proviene dal nulla, non è mai uno sguardo che non è situato dietro a uno specifico punto di vista.

In epoca moderna l’isola di Taiwan è stata dominata nelle sue diverse regioni dall’impero Spagnolo (1626-1642), dagli Olandesi (1624-1662), dalla dinastia Ming (1662-1683), dall’impero dei Qing (1663-1895), e dall’impero Giapponese (1895-1945), che dopo la Seconda Guerra Mondiale ha restituito l’isola alla Cina. Infine, a partire dal 1949, Taiwan è stata governata dal gruppo di 300.000 esuli del Partito Nazionalista Cinese, con a capo il Generale Chiang Kai-shek, che arrivarono dalla Cina dopo la sconfitta nella Guerra civile contro il Partito Comunista di Mao Zedong. Lo stato Taiwanese moderno, fondato nel 1949, si è formato quindi sotto l’egemonia linguistica e culturale dell’ultima élite di dominatori provenienti dalla Cina.

Ma gli ultimi dominatori, così come la successione dei precedenti, non hanno esercitato il proprio governo su una tabula rasa. Le categorie etniche di cui si parla oggi a Taiwan, in cui la popolazione è stata suddivisa in base alle lingue parlate locali, si sono formate tramite complesse interazioni economiche, culturali e religiose, a partire dal periodo coloniale Spagnolo nel diciassettesimo secolo. I dominatori che si sono avvicendati sull’isola, ne hanno quindi compreso la realtà socio-linguistica osservandola tramite le proprie categorie di pensiero. A loro volta, queste categorie, entrate in contatto con maggiore o minore resistenza con le categorie locali, ne hanno formato di nuove, consegnando al dominatore successivo un terreno di continua trasformazione del sapere sulla realtà sociolinguistica isolana.

Partendo dalla composizione odierna della popolazione Taiwanese (23 milioni di abitanti), la divisione più comune è quella in quattro gruppi etno-linguistici principali: 1) i parlanti delle lingue Austronesiane, 1,7%, appartenenti alle popolazioni cosiddette aborigene; 2) i parlanti delle lingue Hakka, 12%, migrati dall’area di Hong Kong ai primi dell’Ottocento; 3) i parlanti della lingua Min meridionale, 73.3%, provenienti dalle coste della Cina del Sud a fine Ottocento, la cui lingua, nonostante sia giunta sull’isola solo da un secolo e mezzo è comunemente detta “Taiwanese”; 4) e i cinesi continentali, 13%, la cui lingua è il Mandarino delle pianure centrali della Cina. In questo quadro, nonostante circa tre quarti dei Taiwanesi parlasse già la lingua Min meridionale, detta comunemente lingua “Taiwanese”, il Mandarino, l’ultima lingua arrivata sull’isola col governo di Chiang Kai-shek, fu imposto a partire dal 1949 come sola e legittima lingua nazionale. Il Mandarino rimpiazzò quindi il Giapponese nel contesto istituzionale, nelle scuole, e nella vita pubblica.

Proprio come durante il periodo Giapponese, quindi, l’ultima classe dirigente di origine cinese tese a governare l’isola dando vita a uno stato nazione in stile europeo. Adottò quindi un’ideologia centralista in cui, per mantenere una forte stabilità interna, in vista della necessità di una maggiore coesione a fronte delle continue minacce di invasione da parte del Partito Comunista cinese, promosse il monolinguismo di stato. Inoltre, la classe dirigente cinese adottò il Mandarino come lingua di stato cercando di proporre Taiwan come la vera erede della cultura Cinese continentale, da preservare e custodire gelosamente sull’isola al riparo dalla Rivoluzione Comunista finché non sarebbe arrivato il momento di riportarla nel suo luogo di origine in cui era gravemente minacciata.

Tuttavia, anche la maggior parte dei migranti arrivati col governo del Partito Nazionalista parlava lingue diverse dal Mandarino, sebbene tali lingue fossero reciprocamente comprensibili. Ma né le prime, né il secondo erano reciprocamente comprensibili con le lingue di origine Cantonese già parlate da tre quarti degli abitanti di Taiwan, né con la lingua Giapponese, imposta con la forza durante i cinquant’anni di governo del Giappone, né con le lingue Astronesiane, che secondo recenti studi sono nate si sono sviluppate a Taiwan per poi diffondersi nel Sud-Est Asiatico, in Madagascar, in Nuova Zelanda, nel continente Australiano, e nelle isole del Pacifico.

Riferimenti:

Judith T. Irvine and Susan Gal (2000). Language Ideology and Linguistic Differentiation. In P. V. Kroskrity, (Ed.), Regimes of Language: Ideologies, polities, and identities. Santa Fe: School of American Research Press.

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