Una grande donna sarda per "Toponomastica Femminile"

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Come sostiene la “nuova rockstar del femminismo” l’inglese Caitlin Moran, nel suo recente saggio “How To Be a Woman” (Come si fa ad essere una donna**) “è tecnicamente impossibile per una donna non dirsi femminista. Senza il femminismo non avreste il permesso di dibattere su quale sia il posto della donna nella società…” e noi di Fed’S – Feminas de Sardigna ci riteniamo “femministe” esattamente nel senso che scrive la Moran. Perché vogliamo appunto dibattere del nostro ruolo nella società, ma soprattutto vogliamo perseguire tutte le battaglie di genere, comprese quelle volte non solo a sensibilizzare la società ma soprattutto a ridare alle donne il posto che meritano nella società. 

Riprenderci dunque, come donne, il giusto spazio.

Come si propone di fare, per l’appunto, la proposta del gruppo Facebook Toponomastica Femminile che abbiamo conosciuto proprio grazie a questo social network. Un’iniziativa volta a censire su tutto il territorio italiano la presenza femminile nell’odonomastica col fine poi di proporre alle varie amministrazioni un nuovo impianto viario in ottica di genere.

Ovviamente, come Fed’S, la nostra ottica è sarda. Il punto di vista da cui guardiamo il mondo, delle donne e non solo, si diparte dalla Sardegna. E la nostra terra, in materia toponomastica femminile, ha l’imbarazzo della scelta: ci sono donne sarde degne di essere ricordate dai posteri nel mondo dell’arte, della musica, della letteratura, della scienza nonché dell’economia. Si, anche nel mondo dell’economia, in quel mondo che da sempre si ritiene di esclusivo appannaggio maschile abbiamo un nobile esempio femminile, proprio in Sardegna. E Fed’S – Fèminas de Sardigna inizia a dare il suo contributo proprio con una particolare e originale figura che si è distinta nel campo economico e pedagogico, una pioniera della formazione professionale e dell’imprenditoria “made in Sardinia”.

Donna Francesca Sanna Sulis. 
Donna Francesca Sanna Sulis, nasce a Muravera nel 1716 e muore a Cagliari nel 1810. Una donna che vivrà per quasi un secolo dedicandosi all’emancipazione delle giovani sarde. Rinominata “La Signora dei gelsi” Francesca Sanna Sulis è emersa dall’oblio in cui era caduta grazie all’opera biografica scritta dal giornalista Lucio Spiga***.

Figlia di ricchi possidenti di aziende agricole e allevamenti di bestiame, Francesca Sanna Sulis si sposò con il giureconsulto cagliaritano Pietro Sanna Lecca, estensore degli editti e dei pregoni della Real Casa di Savoia. Trasferitasi a Cagliari si dedicò ben presto all'attività familiare, ampliando la coltivazione dei gelsi e avviando una fiorente coltura dei bachi da seta. "Trasformò i magazzini della casa di famiglia di Quartucciu in laboratori per la lavorazione della seta e li attrezzò di telai moderni”, promuovendo così quell’attività sarda delle piantagioni di gelso e dell'allevamento dei bachi da seta che sappiamo risalire all’età medievale. Esportava la maggior parte del prodotto in Italia, sia in Piemonte che in Lombardia, e in particolare nella città di Como. Prima di cominciare a lavorare nei laboratori di Donna Francesca Sanna Sulis, le giovani ricevevano una istruzione professionale in corsi mirati, da lei promossi e pagati. Così facendo Francesca Sanna Sulis di fatto salvava queste donne sarde dalla povertà ma soprattutto le emancipava dalla dipendenza economica della famiglia, aspetto quest’ultimo che, considerati i tempi, è di straordinaria modernità.

"Fu a Muravera e Quartucciu che si aprì la prima scuola professionale con veri e mirati piani scolastici di formazione di base per fanciulle, ove potessero apprendere la tessitura”. Centinaia di giovani donne di tutti i paesi della Sardegna, ebbero così nella scuola di Donna Francesca, la fortuna di apprendere l'arte della filatura e della tessitura ricevendo in dono, a fine corso, un telaio, che avrebbero poi utilizzato anche da coniugate potendo così continuare a lavorare e ad emanciparsi dalla dipendenza economica dei propri mariti." Nel 1779 Donna Francesca produceva una seta di qualità superiore, richiesta a più riprese in notevoli quantità dai commercianti comaschi. Il segreto di questo pregio sta probabilmente nel clima favorevole relativo al mese della schiusa dei semi, fra il 20 e il 25 di marzo, mentre nei territori a temperature più basse come il nord Italia, la schiusa si verifica più tardi, tra il 15 e il 20 di aprile”, questo grazie ai venti africani che già a fine febbraio si fanno sentire su tutto il litorale cagliaritano.

Fu così che nel ‘700 Francesca Sanna Sulis inaugurò “l’alta moda” nella più pura delle tradizioni manifatturiere sarde. Lei fu allora ciò che oggi chiamiamo “stilista”. Intrattenne rapporti d’affari con le teste fini dell’imprenditoria comasca tra i quali il conte Giorgio Giulini, poliedrica figura di nobile lombardo che si muoveva nell’ambito milanese, scrisse un’opera in sedici volumi sulla storia di Milano, ma fu anche scrittore di teatro e musicologo. Così per parecchi anni le sue collezioni furono proposte al pubblico milanese proprio presso il Palazzo Giulini dell’omonimo conte.
Donna Francesca vestì dame e principesse di casa Savoia, nonché la zarina Caterina di Russia, che in un ritratto che possiamo ammirare all’Hermitage di San Pietroburgo indossa proprio un suo abito.

Inventò tra l’altro un particolare copricapo femminile, ornato da un ricco broccato, chiamato “su cambusciu”, che solo le ragazze benestanti potevano permettersi di acquistare e che ancora oggi rappresenta un elemento fondamentale in alcuni abiti tradizionali del Campidano, nonché in quello più noto di Desulo.

Donna Francesca perdette i suoi due figli maschi e anche il marito Pietro Sanna Lecca, ma anche da vedova proseguì la sua opera coinvolgendo sempre più le giovani sarde ed esportando i suoi tessuti e i suoi capi verso l’Europa. Arrivò a noleggiare 6 golette per trasportare sia la seta che gli abiti che confezionava. Il conte Giulini finì per pretendere l’esclusiva della produzione e con la seta sarda riuscì ad arricchire ancor di più il patrimonio della sua famiglia. Nel 1808 Donna Francesca Sanna Sulis donò tutti i suoi beni ai poveri di Muravera con l'incarico di amministrarli. Testimone di quasi un secolo di storia morirà alla veneranda età di 94 anni nel 1810. Ci lascia un testamento importantissimo che ci fa comprendere al meglio il suo spirito e il suo valore: "In primo luogo ordino e comando che si dia sepoltura al mio cadavere nel modo più semplice e senza pompa alcuna una volta che io muoia nel paese di Quartucciu. […]. I beni del Sarrabus, terre e tanche (e vigne e giardini e case), è mia espressa volontà, si divida tra quei poveri di detta Villa di Muravera i più necessitati preferendo quelli di migliore estrazione e di buoni costumi…".

Con la sua vita Donna Francesca ci ha donato dunque esempi altissimi di umanità e di etica professionale. E con essi un esempio di amore per la sua terra, la sua cultura, la sua gente, le sue donne. Un amore che seppe coniugare con ideali di emancipazione, con forme di creatività e di innovazione, con la comprensione del valore del lavoro. Tutto ciò merita di essere ricordato.

Ricordare il suo nome, significa dunque far rivivere una storia esemplare e un’eredità di conoscenze e saperi che dovrebbero spingere i sardi, o meglio ancora le sarde, non solo ad una nuova e rinnovata produzione della seta in Sardegna, ma anche a ricercare e sperimentare continuamente un modo di vita più “gentile”, in cui la condizione femminile e quella lavorativa, anche attraverso la cura dei servizi, la formazione, la solidarietà, siano in armonici e non in conflitto. Ogni paese e città della Sardegna dovrebbe avere dunque la sua Via/Piazza Francesca Sanna Sulis. Per l’esempio di vita che ci ha lasciato, per l’eredità dei saperi che la sua storia personale custodisce, per i valori che ci insegna, per quella sua infinita speranza di cambiare in meglio la società, così come ha realmente fatto partendo da una sua parte fondamentale: le donne.


*Presidente Fed’S – Fèminas de Sardigna

** In Italia il titolo del libro di Caitlin Moran “How To Be a Woman” (edito dalla Sperling & Kupfer) viene inspiegabilmente tradotto con “Ci vogliono le palle per essere una donna”. 
Come a dire che in quanto “donne” non bastiamo a noi stesse, ma dobbiamo possedere “attributi” maschili per essere “complete” o addirittura per essere “donne”…

*** Lucio Spiga, Francesca Sanna Sulis, Ed. Workdesign, 2004

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