Su Zola, Nivola e altri Giganti

Franciscu Sedda's picture

Da un lato Marco Sau (paragonato a Ballottelli!) definito “il folletto di Tonara”, dopo che il cronista aveva ricordato la sua statura: 1 metro e 70. Dall'altro lato l'appena rieletto (per la quinta volta!) presidente del CONI sardo che lamenta l'esigua popolazione della Sardegna come uno dei grandi limiti del nostro sistema sportivo (che dire di tutte quelle nazioni ben più piccole della Sardegna che fieramente partecipano alle Olimpiadi?).

Questi due servizi sportivi dei telegiornali nostrani mi hanno ricordato quanto ogni giorno i media e i loro discorsi plasmano e riproducono la percezione di noi stessi: il nostro sentirci bassi, il nostro pensarci pochi, il nostro crederci Regione.


Sarà stato un caso ma la cosa mi è risaltata in testa perché questa mattina, girando per Cagliari con Ornella e Soliana, gli unici discorsi che si sentivano fra le persone comuni, erano quelli legati al calcio. Non la crisi, non le elezioni. Il calcio.Impossibile sottovalutare quanto le grandi passione collettive ci segnino in profondità. E impossibile sottovalutare l'importanza che avrebbe, nella costruzione di una nuova coscienza nazionale, avere un proprio sistema dei media, una propria nazionale di calcio, un proprio discorso politico quotidiano.

Perché un discorso che ci umilia si batte soltanto con un discorso che ci dà dignità. Un discorso che ci umilia non basta denunciarlo, criticarlo, biasimarlo. Bisogna produrne uno alternativo: più nostro, più giusto.


Ripensando a tutto questo mi è venuto in mente che anni fa, nel 2005, scrissi per la prima pagina de L'Unione Sarda un articolo in occasione dell'addio al calcio di Gianfranco Zola. Non fu mai pubblicato.Altri, che parlavano di politica e indipendenza sì, ma questo, che apparentemente era “più leggero”, no. Non venne pubblicato. Sarà stato un segno premonitore?Ve lo ripropongo a distanza di anni, come risposta a quei discorsi che quotidianamente ci vogliono pochi, bassi e italiani.

Franciscu
 
 
“Su Zola, Nivola e altri Giganti”
Franciscu Sedda, per L'Unione Sarda, luglio 2005
 
Leggendo le parole di elogio di Diego Armando Maradona su Gianfranco Zola nel momento del suo addio al calcio mi sono tornate in mente quelle di Saul Steinberg riferite ad un altro sardo radicato nella sua terra (nella sua memoria, nelle sue pietre!) e così potentemente planetario, Antine Nivola: “Un piccolo uomo di proporzioni eroiche...visto in distanza, un gigante”.

Ecco, ho pensato che questi due geni, Maradona e Steinberg, davanti a questi due sardi “più piccoli” di loro avevano avvertito quel brivido che ci coglie quando ci si trova di fronte a ciò che va oltre la bravura o la semplice grandezza data dal talento: avevano avvertito tutto il peso di un’etica, di un modo di essere, di una qualità umana profonda, intima. Una qualità resa gigantesca da quella apparentante “sproporzione”, da quei corpi apparentemente “così piccoli”. Così ho pensato quanto sia stato importante per un ragazzo come me - un sardo alto quanto lui - crescere vedendo Gianfranco (lo chiamo così per l’affetto e per quella intimità che lega il tifoso ai suoi miti) fuori e dentro i campi di calcio: vederlo con il suo sorriso timido, la sua immancabile correttezza, la sua intelligenza nel gioco, la sua genialità fulminante, il suo coraggio nel partire per il mondo e la sua ostinazione nel voler tornare a casa, nella sua terra. Ecco, ho pensato che tutte queste qualità non stavano lì per caso: che affondavano in una cultura portata al suo meglio. Perché ciascuna cultura, realizzandosi al suo meglio, non può che toccare l’umano, non può che accedere alla sua quota di universale.

Ecco, Zola “il Gigante”, ho pensato. Zola che con il suo stile, il suo corpo, genera valori, produce identità e identificazione positiva. Zola che incarna una cultura e la porta in giro per il mondo: che dimostra a tutti noi quanto ci si possa affermare globalmente partendo dalla Sardegna, senza rinnegarla, rifiutarla o nasconderla.

E così mi sono venuti in mente quegli altri giganti, quelli di Monti Prama, nel Sinis. Quelle trenta statue di epoca nuragica di valore inestimabile, che potrebbero rivoluzionare la storia della Sardegna e del mondo antico, nascoste per decenni in uno scantinato. Giganti rispuntati dalle brume della nostra indifferenza, o peggio, dall’oscurità della nostra stupidità, del nostro disprezzo per noi stessi, della nostra volontà di degradarci, di farci “bassi”. Perché, si sa, la bassezza sta nella mente e nel cuore: è un fatto morale. Le bassezze sono la prerogativa di chi si vende e ci svende, di chi si camuffa e conforma invece di affrontare il presente.

Ma con pazienza i giganti di Monti Prama stanno tornando e io ho pensato che se succede ora forse non è per caso. Forse è perché la Sardegna e i sardi stanno cambiando, forse è perché in fondo siamo noi stessi che abbiamo voluto fare la parte dei “nani” e relegare i giganti in cantina, nell’oscurità dell’oblio - lontano dagli occhi, lontano dal cuore - e oggi ci rendiamo conto che senza quell’aspirazione a conoscerci e a farci giganti noi tradiamo non solo noi stessi ma soprattutto il mondo, la nostra umanità. Certo, non c’è modo di farsi giganti senza umiltà, senza intelligenza, senza rispetto per gli altri, senza coscienza dei propri limiti e delle proprie immancabili imperfezioni. E nemmeno senza rischiare il cambiamento, senza il coraggio di inventare l’avvenire, senza immaginare di realizzare il difficile o l’impossibile: come un colpo di tacco all’incrocio dei pali o il colpo di testa di un piccolo gigante che sale più in alto degli alti.

Così, ricordando quelle magie così umane, ho intravisto la nostra piccola Sardegna giocare come una squadra di giganti e Zola, splendente come un bronzetto o una scultura di Nivola, capitanare la nazionale sarda: per la gioia di un popolo, per farlo esistere e sognare.

Annanghe commentu

Go to top