Ci siamo bevuti di tutto... è ora di cambiare sorgente!

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1.
Quante volte abbiamo sospettato che nei nostri rubinetti dell'acqua potabile passasse di tutto e di più? E quante volte si è lasciato che tutto passasse nel più assoluto silenzio? Ma ora Abbanoa - non un singolo cittadino, non qualche folle su facebook - dirama un comunicato in cui dice che in Medio Campidano l'acqua che sgorga dai rubinetti non può essere utilizzata nemmeno dopo ebollizione. Ce n'è abbastanza per domandarsi "cosa diamine c'è nella nostra acqua!?" e ancora "Come è stata garantita la salute di noi cittadini?" e soprattutto "Come è stato trattato il nostro territorio? Come abbiamo trattato o lasciato trattare la nostra terra, la Sardegna?". Perché se l'acqua è imbevibile significa che la terra è malata.


2.
Amara ironia. In alcuni paesi del Campidano ci sono sempre stati più acquedotti che persone e l'acqua si beveva "de su grifoni in su fritzasciu": tranquillamente, senza problemi. E senza quei filtri o quelle diavolerie varie che oggi la società gestisce l'acqua "dovrebbe" avere nelle proprie strutture e che fa pagare care ai cittadini. Ma questa amara ironia lascia subito il posto ad una domanda. Perché, dopo il referendum, questi comuni, tutti, lasciano ancora la gestione ad una società privata? Possibile che non riusciamo a immaginare un'altro modo di gestire un bene come l'acqua?
 
3.
L'acqua non è semplicemente un bene primario ma è un bene vitale. Un bene che deve essere fornito al solo costo di fornitura. E' costato 1000? Si suddivida 1000 per i m2 consumati. Si faccia un piccolo e semplice studio sul consumo medio necessario, se ne conceda un consumo maggiore pari ad 1/3, e si applichi un sistema di costo sull'eccedenza proporzionale al consumo oltre la necessità. Perché l'acqua è un bene vitale, e per questo deve essere accessibile, ma al contempo - e proprio perché è vitale - non va sprecata, non può essere e non deve essere sprecata. Perché non è eterna. E dunque bisogna percepire tutto il suo valore.
 
4.
I comuni sardi, a loro ci rivolgiamo, devono cominciare a (ri)pensare all'economia della propria comunità e dunque alla qualità della vita dei propri cittadini, che non sono sudditi a cui applicare decime dettate dall'alto. E' dunque tempo di mettere in moto sistemi che riducano le spese dei cittadini, garantendo (se non aumentando) il potere di acquisto a redditi purtroppo sempre più bassi. Non è  tagliando i servizi, con "spending review" lineari che fanno felici i tecnici e coprono le colpe dei politici mentre fanno piangere o disperare le persone comuni, che si rimette in sesto una economia debole. Così semplicemente si uccidono le comunità.
 
5.
Per rendersene conto basta guardare cosa si sta facendo con i nuovi criteri sulla tassa dei rifiuti che stanno aumentando fino quasi a raddoppiarsi. Il tutto giustificato con i costi della differenziata. Con un piccolo sforzo mentale si arriva a comprendere che in una società come quella odierna i rifiuti vanno visti in un'ottica nuova. Bisogna guardarli da un nuovo punto di vista, per il bene dell'economia e dell'ambiente. Essi infatti sono destinati a diventare per forza fonte di nuova ricchezza. Oltre a diminuire gli sprechi, oltre a perseguire chi - nell'assurda latitanza dell'attuale governo regionale - sta trasformando la nostra terra in un indegno immondezzaio a cielo aperto, oltre a tutto questo, dunque, dobbiamo necessariamente immaginare un mondo, ed un ciclo economico, in cui il rifiuto sia una risorsa. Qualcosa per cui non solo non si dovrebbe pagare ma che potrebbe addirittura diventare fonte di guadagno. Per questo dobbiamo immaginare una Sardegna in cui ci si avvicini il più possibile a realizzare il motto: riutilizzo totale, rifiuti zero.
 
6.
Il costo dei rifiuti è rappresentato dal peso al conferimento e questo è rappresentato dall'umido per un 45%. Ora l'umido in brevissimo tempo è letame di ottima qualità. Il resto - la plastica, la carta, il vetro, il metallo - è riciclabile, e se si vuole vendibile alle società che lo lavorano. E che danno lavoro. Società che però troppo spesso stanno fuori sulla Sardegna e su cui invece dovremmo investire (o favorire la ricerca e gli investimenti) per comporre il quadro di un nuovo modello industriale virtuoso a livello ambientale. I rifiuti insomma non solo non vanno regalati ma nemmeno si dovrebbe pagare per farseli raccogliere. Volendo iniziare dal basso, dalle comunità, ci si potrebbe coordinare in consorzi di comuni, in modo da avere il capitale necessario da investire per acquistare compostiere per ogni abitazione o per determinati complessi abitativi. Ovviamente compostiere fatte di plastica riciclata! E contemporaneamente dall'alto, il governo sardo, dovrebbe mettere in atto un piano di investimento per creare un polo di riciclo e vendita delle materie ricavate. Un polo che dovrebbe ovviamente utilizzare l'energia necessaria al suo funzionamento da un parco di produzione di energia rinnovabile, di cui la Sardegna, grazie al cielo, non manca.
 
7.
Sarebbe sufficiente avere coscienza e utilizzare l’intelligenza (e anche di quella, a ben guardare, in Sardegna non siamo privi). Basterebbe sapersi immaginare normali. Basterebbe fare ciò che risponde veramente al nostro bene come cittadini, come comunità, come sardi, come esseri umani. Basterebbe impegnarsi per dare davvero un governo nuovo e serio alle nostre comunità, ai nostri territori, alla nostra terra. Solo così guariremo noi stessi e la nostra terra. Solo così potremo tornare a bere sereni la nostra acqua e veder crescere frutti di prosperità anche laddove oggi vediamo solo gli scarti ingombranti di una società sommersa dal consumo. Come ha detto un cittadino sardo qualche tempo fa, un sardo per scelta e per amore della bellezza della nostra cultura e del nostro paesaggio: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".

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