La mia Arbus

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Arbus, la mia comunità. Un paese che conta attualmente circa 6500 abitanti. Un paese che nel pieno dell'epopea mineraria ha raggiunto gli oltre 10000 abitanti. L'epopea mineraria, un periodo che ha portato ricchezza, benessere, speranza di una vita migliore. Una sorta di belle époque in piccolo, durata, più o meno, lo spazio di 3 generazioni.

Vicino alle cose buone portate dalle miniere ce ne sono però delle negative, che ancora sussistono.

A parte l’inquinamento dovuto ad un’attività industriale pesante, esiste ancora una sorta di scollamento con la realtà, come se si fosse, in un certo senso, perso il filo del discorso, come se quel vivere costantemente dentro la terra, ne abbia però allentato il contatto, l’empatia, ci abbia quasi reso incapaci di viverci sopra.

Noto questo scollamento ad Arbus come in altre comunità che hanno vissuto uno “sviluppo” di questo tipo. Così Arbus, Guspini e Gonnos, ma anche Furtei, Sarroch e San Gavino Monreale. Tutti paesi con storie simili, tutte comunità “baciate” da uno sviluppo effimero che unisce, in un beffardo file rouge, praticamente tutte le zone della Sardegna. Ognuna di queste comunità rappresenta la Sardegna. La nostra isola, che per colpa di scelte ingiudicabili (giusto per non essere volgari) e ribadite ciclicamente negli anni e poste in essere da una classe politica stolta, ha visto le sue potenzialità inespresse ma soprattutto represse.

Eppure l’errore strategico è stato da sempre evidente. Uno sviluppo, quello dell’industria pesante, che non si sostiene da se, visto che per farlo ha bisogno di continui interventi statali. E per capire che imprese simili non possono sopravvivere in Sardegna, non c’è bisogno di economisti, analisti o studiosi del settore. Sarebbe bastato, in questo contesto, utilizzare “la diligenza del buon padre di famiglia”. Basta quella. Sarebbe bastata quella.

Come detto, questa politica industriale ha prodotto tanti risultati, spero e credo non attesi. Dall’inquinamento alla disoccupazione, passando per la rabbia prodotta da una falsa promessa e dalla tristezza dovuta alla consapevolezza di aver violentato la propria madre terra.

E’ possibile cambiare? E’ possibile invertire questo stato delle cose? Si, certo. Bisogna riprendere il filo del discorso, rientrare in sintonia con la propria identità e la propria terra. Bisogna esaltare le nostre peculiarità, il nostro “prodotto”, senza voler emulare nessuno, ma essendo bravi a valorizzare quello che abbiamo. Tradizioni, cultura, pastorizia, allevamento, agricoltura, solo per individuare alcuni settori in cui le nostre tipicità sono uniche al mondo.

Dobbiamo farlo, possiamo farlo, con ritmi umani e scommettendo non su chi vuole rendere sempre più sostanzioso il proprio conto in banca, ma su quelle persone che vogliono investire la loro esistenza in questo grande progetto.

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