Società straniere operanti in Sardegna: crisi o opportunità?

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È un bene o un male che alcune delle più famose società operanti in Sardegna siano state acquistate da società non sarde?

Lo chiede nel suo blog il direttore dell’Unione Sarda Anthony Muroni:

“Qualche esempio? La birra Ichnusa è di proprietà del colosso Heineken, il mirto Zedda Piras e i vigneti Sella&Mosca sono stati acquisiti dalla Campari, e di altre prossime cessioni si parla a proposito di alcune eccellenze nel settore agroalimentare. E allora non c’è davvero da stupirsi se tutti gli indicatori economici ci parlano di un tracollo che è persino più marcato rispetto a quello italiano.”

e ancora

“A questo quadro di sostanziale dipendenza va aggiunta un’analisi che, nella sua semplicità, risulta imbarazzante. A classificare la Sardegna degli anni Duemila come semplice entità geografica, in una più ampia cartina degli equilibri socio-politici ormai non solo nazionali ma continentali, è la presa d’atto della perdita di asset centrali per ogni sistema produttivo. Vogliamo partire dal credito?”

Ora è ben evidente che non sarebbe male se queste aziende fossero di proprietà di sardi ma a molti commenti, per lo più catastrofisti, sfugge una lettura dei fatti diversa.

Proviamo dunque, come abbiamo fatto tante altre volte, ad invertire la prospettiva e ad analizzare questi fatti non nell'ottica "regionale" a cui siamo abituati a fare ma come se fossimo uno Stato. Cosa cambierebbe?

Il novellato articolo 8 recita che

 “Nelle entrate spettanti alla regione sono comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate nell'ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione.”

Cosa significa?

Significa che i tributi applicabili a chiunque generi profitti nel territorio sardo concorrono al gettito della compartecipazione spettante alla Sardegna.

In questo contesto, chi sia proprietario di un azienda non conta, anzi, se le società che rilevano aziende sarde sono economicamente floride e più forti dovrebbero essere le iniezioni di capitale nel sistema economico sardo. Si tratta di un obiettivo che qualsiasi nazione persegue: non a caso molti Stati dedicano addirittura agevolazioni fiscali pur di attirare nuove imprese che producano e versino i loro tributi in quel dato territorio. Si tratta di una ovvietà, nelle nazioni normali.

Insomma, a queste condizioni, la forza lavoro rimane la stessa e il gettito tributario rimane invariato se non addirittura rafforzato.

Perché dunque le cose non funzionano in Sardegna e giustamente preoccupano gli analisti della realtà sarda? Per il semplice motivo che questi gettiti sono attualmente controllati dalle istituzioni centrali dello Stato italiano, che li riscuote, verifica e gestisce. Cosa abbia causato questo meccanismo lo abbiamo visto da oltre un ventennio e lo verifichiamo ad ogni giro di finanziaria e ad ogni aggravarsi giornaliero della crisi economica in Sardegna. Insomma, è ormai chiaro che pensare che dall'attuale sistema di delega del potere dei sardi allo Stato italiano ci si possa ricavare la soluzione al controllo dei gettiti è semplicemente un’offesa alla dignità dei sardi. E l'incapacità di gestirci già ora come se fossimo uno Stato, avendo dunque una nostra Agenzia delle Entrate non può più essere una scusante.

E' tempo di concepirsi Stato, pensarci e governarci da  Stato. E anche quelli che oggi ci sembrano elementi di crisi si trasformerebbero in eclatanti opportunità.

Lo stesso aspetto, e stesse considerazioni e soluzioni sono nel settore del credito, tutte risolvibili proporzionalmente all’essere e sentirsi Stato.

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