Costruiamo ponti. Costruiamoli bene.

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Viviamo tempi di grande frammentazione. A dispetto della retorica dell'unità dei sardi la verità è che il corpo politico in Sardegna sta andando in frantumi, trasformandosi in una collezione di minoranze chiuse in se stesse, incapaci di guardare all'orizzonte di sofferenze e di speranze che scuote i sardi ma solo alle proprie rendite di posizione, alle proprie soddisfazioni personali, alle proprie frustrazioni o ambizioni idiotiche, configurando un panorama fatto troppo spesso di tatticismo e attacco verso il prossimo, di sterile narcisismo e infondata presunzione.

Ora, chi come noi del Partito dei Sardi è mosso da incrollabile speranza cerca di vedere in questa frammentazione una potenziale liberazione di energie, il possibile preludio a nuove aggregazioni, che potrebbero essere decisive per far sì che parte maggioritaria della società e della politica sarda si sposti su un terreno nazionale, di affermazione dei diritti e degli interessi della nazione sarda. Ma il dato fin qui più evidente è che questa polverizzazione sociale e politica nell'immediato rischia di rendere la Sardegna incapace non solo di esprime un governo forte e credibile, che sappia fare dell'autodeterminazione e del cambiamento il suo cuore e la sua ragion d'essere, ma ancor più profondamente incapace di dare alla luce un governo che possa veramente parlare e decidere a nome dei sardi, di tutto il popolo sardo. Cosa tanto più urgente e necessaria quanto più sono pesanti e delicate le scelte che ci attendono.

Per questo serve che, soli nel deserto, noi del Partito dei Sardi continuiamo in questa azione di costruzione di ponti. Un'azione di costruzione di dialoghi, incontri e unità che noi stessi per primi abbiamo messo in atto facendo convergere su un terreno nuovo storie ed esperienze differenti; quell'azione che va fatta prima di tutto incontrando, dialogando e unendo sardi; quell'azione che non abbiamo mai rinunciato a promuovere con altri indipendentisti ma anche con gli altri partiti che, piaccia o non piaccia, pur sempre da sardi sono formati, anche se si tratta di sardi che ancora non credono all'indipendenza. Se persino il Papa si sente in dovere di incontrare, dialogare, ascoltare un non credente chi siamo noi per non dialogare con i sardi che non sono indipendentisti ma che sono pur sempre parte di quel popolo di cui molti si riempiono la bocca?

Dunque, continuiamo a costruire ponti, per il bene della Sardegna e dei sardi, prima ancora che per il bene del Partito dei Sardi. Perché dalla disgregazione della nostra società ci perdiamo tutti. Continuiamo a costruire ponti ma senza venir meno all'impegno di costruirli bene. Nessuno sconto dunque a chi costruisce muri e da dietro spara falsità e odio. Nessun timore reverenziale verso chi, chiuso nel suo piccolo mondo antico ormai al tramonto, pensa che il dialogo si possa fare da posizioni assimetriche, guardandoci dall'alto in basso. Nessuna accondiscendenza verso chi pensa che il dialogo possa ridursi a pura tattica elettorale invece che alla costruzione di grandi visioni di libertà. Nessun sconto per chi non è in condizione di poter dire e dimostrare che ha esercitato chiaramente e onestamente il potere conferitogli dai sardi in questi anni.

Il senso di carità e di amore per il prossimo non ci manca. Anzi. Ma nemmeno ci manca l'amore per noi stessi e soprattutto per la Sardegna. Chi divide e si isola non fa il bene dei sardi. Chi si erge sul piedistallo del passato non fa il bene della Sardegna. Chi riduce tutto a mercato e carriera personale non fa il bene della Sardegna. Chi ha sbagliato nell'esercizio del potere o non è in una posizione chiara ed insiste nel voler rappresentare gli interessi dei sardi fa un danno non solo a se stesso, al suo partito, alla sua coalizione ma all'intera Sardegna, che aspetta coraggiosi gesti di cambiamento e trasparenza per tornare a sperare, impegnarsi, rifiorire.

Franciscu Sedda - Paolo Maninchedda

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