Lettera agli imprenditori: passiamo dalla Sardegna dell’avere alla Sardegna del fare

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Egregi signore e signori,

l’argomento di questa lettera è la ricchezza della Sardegna.

L’imprenditore dedica, in genere, la propria vita ad adattare la figlia-impresa al contesto in cui opera, ma questa esperienza nella creazione di valore può (e, a nostro avviso, deve) essere impegnata anche affinché il fare, e non l’avere, sia posto al centro del sistema Sardegna, in modo da invertire il rapporto negativo fra le energie produttive e quelle parassitarie che oggi affligge la Sardegna.

Ci pare infatti che nella nostra Isola non si abbiano per niente le idee chiare su come si produca e si trasferisca valore, mentre è molto diffusa la teoria e la pratica della consumazione improduttiva della ricchezza attualmente disponibile.

Cinquant’anni di Autonomia hanno prodotto la più grave crisi educativa e culturale che si potesse immaginare. I giovani stanno lontani dal mondo dell’impresa fino ai vent’anni e quando iniziano a cercare lavoro non hanno abilità apprezzabili. L’ideale di realizzazione personale più diffuso è la conquista di una rendita, cioè di un reddito staccato dal ciclo economico reale, dal meccanismo virtuoso che lega creatività, investimento e responsabilità, quel meccanismo che esalta il valore dei singoli e della società, l’indipendenza morale e materiale di ciascuno. Troppi giovani, laddove non abbiano addirittura rinunciato a cercare un lavoro, si adattano o si piegano all’idea di un reddito improduttivo, a forme di assistenza più o meno mascherate.

Questo stato di cose oggi, in un contesto che non consente l’incremento del debito pubblico per finanziare i redditi e sostenere i consumi, piuttosto che mantenere i livelli di vita e di sviluppo comunque raggiunti, produce una consumazione progressiva della ricchezza esistente.

L’inefficienza del sistema sanitario e del welfare, il costo dell’inutile complicazione burocratica di ogni aspetto della vita civile in Sardegna, il costo della bolletta energetica dovuto alle regole oligopolistiche del mercato elettrico, il disordine e le inefficienze nel settore dei trasporti, l’incapacità della scuola di formare adeguatamente i ragazzi per l’università e per l’impresa, sono tutti fattori che non solo limitano la produzione di valore ma soprattutto intaccano la ricchezza esistente.

La coscienza del fatto che un euro trattenuto in Sardegna vale meno (anche perché, spesso inutilizzato e condannato a patire costi dell’inefficienza del sistema sardo che altri non patiscono) di un euro lasciato in altri territori, non è adeguatamente diffusa. C’è chi ritiene che sia sufficiente superare questa fase del ciclo economico aspettando che passi e non impegnandosi in prima persona per superare questo disordine assistito, per cambiare e costruire insieme un sistema socio-economico efficiente. C’è chi ritiene che il proprio risparmio e la propria ricchezza non siano minacciate, ma sbaglia.

Questo è il punto. Per rispondere al bisogno più forte dell’emergenza sarda, il lavoro, bisogna produrre più ricchezza e bisogna produrla meglio, con più sapere e meno impatto ambientale.

È possibile? La maggioranza dei sardi si è rassegnata all’idea che non sia possibile e che la Sardegna, per mantenere gli attuali standard che garantiscono alcuni e dicono agli altri di andare fuori a trovare lavoro, non può che rivendicare di essere ulteriormente assistita perché povera. Questa rassegnazione va combattuta duramente.

La Sardegna può essere uno Stato europeo con incrementi di sviluppo apprezzabili. Basti l’esempio di Malta, isola ancor più piccola e con meno risorse naturali della Sardegna, ma con un’organizzazione dei poteri, delle procedure, dei diritti e dei servizi più efficienti, a tal punto da determinare incrementi significativi del Pil annuo e un’equa distribuzione della ricchezza. Capace dunque, grazie alla qualità delle sue istituzioni, di offrire ai suoi cittadini possibilità di auto-realizzazione individuale e una dignitosa qualità della vita collettiva.

In altri Paesi, i ceti produttivi, nei momenti più difficili, si sono assunti la responsabilità della costruzione delle soluzioni, cioè si sono assunti la responsabilità di non pensare solo a lavorare e produrre, ma anche a costruire un programma di governo e uno Stato diverso, più efficiente, giusto e prospero.

Noi guardiamo alla Sardegna come se fosse uno Stato. Sentiamo per intero e non per parti la responsabilità della costruzione di un futuro diverso. Vi chiediamo di poter discutere di questa responsabilità. Qualora questa mail non vi risulti sgradita e qualora siate interessati a parlare di questo serio impegno, pensiamo di organizzare un incontro che ci consenta di discuterne con reciproco profitto.

Cordialmente

Paolo Maninchedda - Franciscu Sedda

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