Quelli che non capiscono e criticano. E quelli che nel mentre fanno l'indipendenza.

Franciscu Sedda's picture

Anno Domini 2013. Michela Murgia dichiara a Giorgio Pisano di “non capire” le mie scelte, il lavoro comune fra Sedda e Maninchedda, la fondazione del Partito dei Sardi. Quando Ornella Demuru me la fece conoscere nel locale Caras di Cagliari nel 2008 Michela Murgia non era affatto indipendentista, manco lontanamente. All'epoca erano passati 5 anni dalla fondazione ufficiale di iRS indipendentzia Repùbrica de Sardigna e ben 9 dalla nascita de Su Cuncordu pro s'Indipendentzia de sa Sardigna. E Michela Murgia ancora non aveva capito. Se ne deduce che perché Michela Murgia capisca le mie scelte di oggi dovremo attendere l'anno domini 2018 (se va bene) o addirittura il fantascientifico 2022. Quando probabilmente il Partito dei Sardi avrà già portato la Sardegna all'indipendenza nazionale e avremo finalmente un nostro Stato in Europa.

Di questa difficoltà a capire veramente il mio pensiero e l'indipendentismo (beati i tempi in cui gli allievi superavano i maestri invece che ripeterli a pappagallo) è del resto testimonianza l'infrazione di uno dei sacri comandamenti de Su Cuncurdu prima e di iRS poi: “Mai dire 'livello nazionale' quando ci si riferisce all'Italia!”. Perché va da sé che se uno è davvero indipendentista, e crede dunque nella nazione sarda, l'Italia non può essere il “livello nazionale”. Ora, che sbagli un militante novizio, un indipendentista dell'ultima ora, va bene. Nessuno nasce imparato. Ma che nella sua intervista sia Michela Murgia, novella eroina dell'indipendentismo più indipendentisticamente indipendetisteggiante (che però fa il verso all'italico grillismo con cui è “aperto a ipotesi comuni”) a dire “...magari come quello che hanno fatto a livello nazionale Pd e Pdl”...Orsù, chi ancora non ha imparato i comandamenti eviti di fare prediche. E soprattutto, chi non ha neanche fatto in tempo a dire di essere indipendentista per poi ribadire che non si sta candidando a fare l'indipendenza (vedi intervista di inizio giugno a Giuseppe Meloni su L'Unione Sarda) non ci dia lezioni. Perché se c'è una cosa chiara per me e Paolo Maninchedda è che qualunque scelta contingente farà il Partito dei Sardi sarà per fare un'unica cosa: l'indipendenza della Sardegna, la costruzione di uno Stato sardo.

E non potrebbe essere altrimenti visto che sono indipendentista da quando ho coscienza che esiste la politica. Correva l'anno 1983 e io seguivo un grande indipendentista, mio babbo, nella sua vita pubblica e di sezione. E quel barlume di “istinto di libertà e giustizia” per la mia terra e il mio popolo non ha fatto altro che rafforzarsi nel tempo. E se morissi oggi saprei di aver comunque fatto la mia parte. E probabilmente di aver già cambiato la storia della mia terra. Su Cuncordu, iRS, il Manifesto di iRS, centinaia di comunicati (firmati, non firmati, firmati con nomi altrui per spirito di gruppo e generosità), Tradurre la tradizione, Tracce di memoria, La vera storia della bandiera dei sardi, I sardi sono capaci di amare, migliaia di incontri in giro per tutta la Sardegna (e non in un collegio elettorale da coltivare per fini personali), infinite ore spese a convincere sardi di ogni tipo e di ogni estrazione, per condividere un cammino, includendo. Perché l'indipendenza si fa con tutti i sardi, non contro di essi, neanche contro quelli che oggi non ci piacciono. E poi la gioia di rappresentare fin da ragazzo la nazione sarda in eventi pubblici in Catalogna, nei Paesi Baschi, in Corsica, in Scozia, portando solidarietà a popoli fratelli e raccontando la nostra storia di nazione, imparando e valutando le loro scelte e traducendo il meglio per la nostra realtà, ascoltando altre voci di libertà e facendo conoscere la nostra situazione, la nostra sete di emancipazione, il nostro lavoro per costruire un indipendentismo nuovo, una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta, moralmente degna.

Altri invece vogliono saltare a pie' pari dal nulla al tutto. Vogliono farsi guide senza aver neanche fatto lo sforzo di imparare a camminare. Non basta aver scritto un Viaggio in Sardegna ad uso degli italiani per aver maturato una visione indipendentista. Tanto più se in quel libro il capitolo sull'indipendentismo è perlomeno imbarazzante e a livello storico ci si spiegava che Mariano IV e Eleonora erano marito e moglie.

Magari la Murgia dirà che la colpa di queste cadute è stata di Giuseppe Meloni e Giorgio Pisano oggi o degli editor di Einaudi un tempo. Non sarebbe un buon viatico per chi dice di volersi prendere responsabilità di governo. Ricorderebbe in piccolo i simpatici metodi della destra italiana, quella del proprietario di Mondadori per intenderci e del suo fido Cappellacci, in cui sono sempre gli altri a corrompere i giudici o comprarti le case a tua insaputa.

E che dire poi di altre lezioni concrete? Mentre io e altre centinaia di donne e uomini di iRS durante le elezioni sarde del 2009 ci dedicavamo a una lotta solitaria per testimoniare della crescita di un nuovo indipendentismo (e lo facevamo con uno slogan che resta a imperitura testimonianza dell'ignoranza e della malafede di molti che oggi lo hanno rinnegato: “Prossima fermata: Sovranità”) Michela Murgia proponeva il voto disgiunto a favore di Soru e dunque dell'oggi odiatissimo centrosinistra sardo. Sono passati solo 4 anni dall'anno domini 2009.

Ed è passato poco meno di un anno da quando la stessa Michela Murgia veniva invitata a fare da moderatrice a Milis alla tavola rotonda conclusiva che vedeva schierati Renato Soru, Pietrino Soddu, Antonello Soro.

Beninteso, a me la sua simpatia soriana, il suo tenere un piede nell'indipendentismo e un altro nella sinistra sardo-italiana, non ha mai fatto scandalo né problema. Del resto Michela Murgia non ha mai voluto fare la tessera di partito, neanche di ProgReS. Il che la dice tutta.

Il punto è che da questo pulpito fa sorridere la critica a un partito indipendentista come il nostro, come il Partito dei Sardi, che come accade in mezzo mondo valuta apertamente e con trasparenza se può essere utile fare un'alleanza di governo per portare avanti un programma che finalmente trasformi il desiderio di indipendenza in gesti di indipendenza, che ci faccia passare dal sogno dell'indipendenza alla realizzazione dell'indipendenza.

Perché qui sta tutto il passaggio che Michela Murgia non capisce. Le candidature di testimonianza le abbiamo già fatte mentre lei era impegnata a fare altro. Oggi non ci serve la candidatura di bandiera per mettere due consiglieri regionali. Non ci serve ripetere malamente la lezioncina su quanti danni ci abbia fatto la sudditanza all'Italia. Non ci serve evocare due o tre temi (agricoltura, istruzione, tecnologia) senza saperli sviluppare in programmi concreti (dove è il programma di Michela Murgia, e così pure quello di Cappellacci o del centrosinistra sardo?). Tutte queste cose le abbiamo già fatte mentre Michela Murgia faceva altro. Ci serve, a noi indipendentisti, a noi che l'indipendenza la vogliamo fare davvero, a noi che sappiamo che è una cosa seria, che si fa con scelte ambiziose ma anche dolorose, che si fa portandosi appresso la maggioranza dei sardi, a noi che siamo da quindici anni in cammino serve governare la Sardegna come uno Stato. Per poter dimostrare ai sardi, tutti i sardi, che è giusto e meglio essere Stato. E averli dalla nostra parte per dichiararci Stato davanti al mondo.

Ci serve governare sulla base non di slogan ma di programmi (dove sono i programmi di Michela Murgia, di Cappellacci, del centrosinistra sardo?) e di capacità di attuarli già oggi, nelle condizioni vigenti. Un'Agenzia delle Entrate non ce l'ha neanche la Catalogna. Noi la faremo per la Sardegna. Perché sappiamo come farlo. La vorremmo fare da soli. Ma se per farlo c'è bisogno di stringere alleanza allora la faremo con chi avrà il coraggio di cambiare, di rinnovarsi, di diventare sardo raccogliendo la sfida di un programma così avanzato. Così indipendentista. Un programma che ci metterà in condizione di gestire la nostra ricchezza e di passare alla seconda fase, quella della sovranità fiscale, quella in cui creeremo un sistema tutto sardo di partecipazione fiscale: un sistema più equo e più giusto, vicino a chi vuole creare lavoro e ricchezza, capace di supportare l'innovazione e l'impresa, la riconversione industriale e l'investimento a partire dal territorio. Quel sistema che eviterà che qualcuno produca ricchezza qui e se la porti via come accade da anni. E se potremo fare una cosa così grande non è perché lo diciamo con una bella battuta ma perché sappiamo come farlo (ne abbiamo visti fin troppi, nei partiti tradizionali e nell'antipolitica montante, di giovani carini e puliti e che parlano bene ma sono degli emeriti incapaci). E imposteremo il rapporto con l'Italia come se fosse già oggi politica estera, come ha detto Paolo Maninchedda, mandando ai tavoli di contrattazione politici ed esperti agguerriti che difendano gli interessi dei sardi con il coltello fra i denti, ragionando da statisti e non da amministratori di condominio. E lo faremo perché lo sappiamo fare. Perché siamo cresciuti imparando a farlo (Detto per inciso, visto che non lo dice Paolo, quando Michela Murgia era ancora in fasce lui stava in Catalogna a collaborare con Jordi Carbonell, uno dei fondatori di Esquerra Republicana de Catalunya, e quando la Murgia neanche aveva iniziato la carriera di scrittrice Paolo Maninchedda aveva già scritto il manifesto dell'associazione Democratzia in cui si parlava chiaramente della Sardegna come nazione in Europa). E ci prenderemo la rete dell'energia – perché sappiamo come farlo! - e scardinando il sistema oligopolistico arriveremo ad abbassare il prezzo dell'energia. E bloccheremo per davvero le trivellazioni Saras dando al sistema industriale che ha bisogno di metano un'alternativa reale e sostenibile a livello ambientale. Perché sappiamo come farlo. E istituiremo l'Albo delle Banche Sarde per riattivare il circuito del credito cooperativo. Perché sappiamo come farlo. E daremo vita per la prima volta a un assessorato alla Lingua e alla Cultura Sarda, e a una vera promozione sociale del sardo e del bilinguismo, e ci riprenderemo l'istruzione e la gestione del patrimonio culturale. Perché sappiamo come farlo. E attaccheremo il sistema burocratico che ingolfa ogni iniziativa e blocca il rapporto con l'Europa e l'arrivo dei fondi che ci servono per migliaia di progetti, dalle infrastrutture all'agroalimentare. Perché sappiamo come farlo. E daremo una svolta nei trasporti. Perché sappiamo come farlo. E tanto altro fino ad aprire una stagione costituente che manca da anni, una stagione che abbia l'autodeterminazione della nazione sarda al suo cuore. E se sono rose fioriranno. E fioriranno in fretta. E se fioriranno sarà perché sappiamo come farlo. Perché abbiamo cuore e testa per farlo. Perché sono anni e anni e anni che lavoriamo per farla. L'indipendenza della Sardegna.

E la faremo con chi ha il coraggio di accettare la sfida. La sfida dei programmi. La sfida del mettersi in discussione. La sfida della competenza. La sfida dell'unità nella pluralità che io e Paolo unendoci rappresentiamo. E che tanti temono. Se saranno altri indipendentisti che hanno voglia di uscire dalle loro torri d'avorio benissimo. Se sarà il centrosinistra che ha voglia di diventare finalmente sardo, bene uguale.

Noi non temiamo nessuno e sfidiamo tutti. Anche sulla questione morale. Su cui troppi tacciono. Anche fra coloro che puntano il dito o fanno avventatamente i puri.

Insomma, chi ha sostanza, tiri fuori i programmi, invece che le solite frecciate, polemiche e crociate di una politica che si vorrebbe nuova e rischia di essere più sterile della vecchia. E magari impari a copiare meglio. E a capire in fretta. Perché la Sardegna e i sardi non possono aspettare. E nemmeno permettersi che chi li vuole governare lo impari a loro spese. Basta avventurieri. I sardi hanno capito che l'indipendenza è una cosa seria, è una cosa reale, è una cosa necessaria. Per questo in così tanti stanno riponendo fiducia nel Partito dei Sardi, in chi l'indipendenza la costruisce da anni. E sa come farla.

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