Allo Stato attuale

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Una tendenza costante nelle numerose rivendicazioni indipendentiste circa il riscatto isolano è quella di scontare perennemente una certa fumosità riguardo alla forma politico-amministrativa dell'auspicata Repubblica Sarda Indipendente: a feroci critiche ed approfondite analisi sulle negative condizioni economiche, sulle distorsioni storiche e sui genocidi culturali, approssimativamente mai si affianca una seria ed attenta riflessione sull'architettura istituzionale che la Nazione finalmente Stato debba (o, meglio, possa) assumere. Quasi che il lineare (e verticale) schema Comune, (Provincia), Regione nel quale viviamo -con i suoi meccanismi elettivi e di rappresentanza- non sia degno d'esame ed eventualmente critica: quasi che, in un'ipotetica traslazione dello schema statuale italiano nel perimetro della nostra isola, il binario Comune, Provincia o Regione, Capitale (Cagliari?) dovesse magicamente adattarsi perfettamente come un comodo calzare e non riproporre, in scala ridotta, le medesime -e tanto vituperate- distorsioni, fonti delle sacrosante rivendicazioni isolane.

Sia chiaro, non si tratta di mero sciovinismo, nel resistere costantemente all'estraneo o nell'imporre un endemismo delle idee nella nostra terra: ma si tratta di cogliere i tanti insegnamenti della storia e di individuare, oltre al contenuto, la corretta forma di una Sardegna indipendente.

Il concetto di uniformità è sempre stato il faro della modellazione nelle società democratiche e liberali: le diversità nazionali e culturali contenute all'interno degli Stati -riconosciute ma effettivamente trattate come potenzialmente devianti l'unità nazionale- sono sempre state vittime di un tentativo di assorbimento, mezzo privilegiato per ottenere l'integrazione politica. Essere uguali, essere liberi, essere cittadini - frasi e parole che giustamente quasi nessuno contesta - diventavano eleganti maschere che nascondevano l'opaco volto della frode: quella di essere uguali, liberi e cittadini come la maggioranza o come una piccola minoranza egemonica, acquisendo come universali le particolarità di questi gruppi. 

E non è un caso che il diffondersi della critica circa la cultura dello stato democratico e liberale, sulla sua manifesta incapacità di gestire non solo le lotte sociali ma anche quelle nazionali e culturali, sia uno degli elementi costitutivi del successo delle istanze di autodeterminazione che ormai punteggiano il continente europeo: ed è per questo che bisogna avere un occhio critico, e finanche preoccupato, rispetto ad un silenzioso passar sopra a quale idea, quale visione di Stato e di rapporto tra territori e cittadini debba (o, meglio possa) instaurarsi nell'Isola finalmente indipendente. E soprattutto evitare di riproporre, come purtroppo spesso accade nei discorsi quotidiani a causa della pessima elaborazione di pessimi movimenti/partiti indipendentisti/autonomisti, che particolarità di un gruppo diventino le ataviche universalità del popolo sardo.

Dire che la pluralità interna, identitaria-culturale che sia, debba essere un valore per il futuro Stato indipendente sembra essere -a causa di un diffuso quanto vacuo dibattito- una banalità ed un'ovvietà più da propaganda che da ragionamento: ma tener conto della pluralità interna nell'immaginare un nuovo ed equilibrato sistema statuale, tener conto che l'autodeterminazione dell'Isola è, e deve essere, l'autodeterminazione delle pluralità che la compongono, non solo è fondamentale e necessario, ma dev'essere -anche strategicamente, per la ricerca del consenso- in primo piano nell'elaborazione politica di un partito che voglia emancipare in senso nazionale la nostra isola.

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