L'Albero verde in campo bianco

de Franciscu Sedda

È il 1409, pochi giorni dopo la battaglia di Sanluri. Il re Martino “il Vecchio”, compiaciuto delle notizie che arrivano dal figlio Martino “il Giovane”, comandante dei catalano-aragonesi in Sardegna, scrive agli altri sovrani europei suoi alleati per informarli dello “sterminio e l’esecuzione nei confronti della nazione sarda traditrice e ribelle” e per render loro noto che durante la battaglia dei soldati sono riusciti ad impadronirsi della “bandera dels sards”, la bandiera dei sardi. A noi che non possiamo tornare nel passato non resta che saper leggere i segni. E i segni ci dicono che durante la centenaria lotta contro un esercito invasore un Albero, un Albero verde in campo bianco, inizialmente simbolo de su Juigadu de Arbarée (il Giudicato d’Arborea), era divenuto l’Albero dei sardi, la bandiera della nazione sarda.

Volgiamoci subito dall’altro lato. Nel 1409 la bandiera identificativa della corona d’Aragona erano le barras catalane, i Pali rossi e gialli. E tuttavia sul campo di guerra che dopo la battaglia prenderà per noi sardi il nome de s’occidroxiu - il mattatoio - sventolava dal lato aragonese anche un’altra bandiera. I Pali infatti, per affermarsi, avevano dovuto scalzare dei “competitor” che seppur sconfitti non erano scomparsi. Fra queste bandiere alternative vi erano proprio i Quattro mori, la cui prima testimonianza certa è un sigillo del 1281 dove rappresentano nientemeno che la Corona d'Aragona. Quattro teste senza benda e dai tratti marcatamente africanizzanti, dunque, che in quel momento incarnano sia la “Riconquista” iberica nei confronti dei “mori” (i mussulmani) sia l’unificazione fra Aragona, Catalogna, Valenza e Maiorca in un nuovo tipo di confederazione politica. E tuttavia questo progetto, politico e simbolico, non attecchisce e il nuovo simbolo si ritrova subito in una situazione ambigua: è il sigillo della corona d’Aragona (e lo resterà fino al 1470!) ma non riesce a diventarne la bandiera, il simbolo popolare. E così, per la parte di storia che ci riguarda, a metà del ‘300 la sua funzione muta, slitta, si sdoppia: quando il sovrano Pietro IV sbarca in Sardegna per tentare di arginare la sollevazione dei sardi guidati da Mariano IV usa i Pali come bandiera collettiva e i Quattro mori come bandiera personale di guerra. Non solo: stando ad un importante stemmario dell’epoca già verso il 1380 il simbolo dei Quattro mori passa a rappresentare il nascente “Regno di Sardegna”, vale a dire l’istituzione paravento della conquista aragonese. Premonizione e avvertimento? Non tutto ciò che "appare" sardo "è" sardo, non tutto ciò che suona sardo è a favore dei sardi.

Ad ogni modo ancor dopo l’apice del periodo giudicale simboli, significati e interessi dovevano esser chiari: nonostante la sconfitta della nazione sarda e dell’Albero verde infatti dovranno passare quasi duecento anni prima che i Quattro mori inizino timidamente ad essere usati dai sardi. Li ritroviamo nel 1590 sui Capitoli di corte dello Stamento militare di Sardegna, rivolti a sinistra e benda sulla fronte. Fatti propri dall’èlite ex-catalana, e ora rappresentante in Sardegna della Spagna, dieci anni dopo che il primo storico sardo aveva teorizzato, nientemeno, che la conquista aragonese fu una liberazione dei sardi dai tiranni, ovvero i giudici di Arbarèe. Pura coincidenza?

Così, mentre la memoria e il senso di un simbolo venivano stravolti e si eclissavano un altro simbolo si affermava, ma di certo non con lo stesso significato. Infatti, se in periodo spagnolo i Quattro mori vanno a indicare uno dei fedeli Regni del sovrano di Spagna, in periodo sabaudo il simbolo passa addirittura ad identificare completamente la nuova sovranità esterna. Per capirlo basta riflettere sul fatto che i patrioti sardi – il “partito di Angioy” – che si batteranno per l'abolizione del feudalesimo e la proclamazione della Repubblica di Sardegna non useranno i Quattro mori ma sventoleranno la bandiera francese, incarnazione di quella rivoluzione e di quei valori nuovi - libertà, eguaglianza, fraternità - che volevano tradurre in chiave sarda. Per questo verranno definiti e si definiranno "novatori". Complicato paradosso: i rivoluzionari sardi non possono risollevare l’Albero che non ricordano ma nemmeno possono far propria la bandiera sventolata dal potere monarchico e feudale che vogliono abbattere.

I Quattro mori vengono usati tanto abbondantemente dai sabaudi che se ne ritrovano contemporaneamente con benda sulla fronte e benda sugli occhi. Una nuova foggia dunque nasce casualmente dall’errore delle matrici di stampa, ma non è casuale che quando il simbolo riemerge dopo la prima guerra mondiale la foggia scelta sia quella con la benda sugli occhi. La mentalità che si afferma prima e dopo la guerra è talmente macchiata di vittimismo che fa comodo essere bendati: “il principio del sardismo – dice Bellieni nel 1919 – è che lo Stato deve ricompensare in base alla quantità di sacrificio nelle trincee”. Non a caso è solo ora che le teste un tempo more e mussulmane diventano nientemeno che i piccoli sardi scuri e maltrattati. E soprattutto falliti: irrimediabilmente perdenti proprio perché sardi, di “razza e materno linguaggio sardi”, consulstanziamente privi di una propria storia e di alta cultura. Così argomentano i leader del nascente sardismo davanti a chi chiede se si possa “essere una nazione”. Nazione abortiva, mancata, fallita: ecco il significato politico che il simbolo ora incorpora. Slittamento inquietante: le argomentazioni di questi sardi riecheggiano in modo più sofisticato le teorie dell’antropologia positivistica che da fine ‘800 ci aveva etichettato come una razza africana, inferiore e delinquente.

Assolta la sua funzione di integrazione nella nascente repubblica italiana, il simbolo nel secondo dopoguerra rischia di rieclissarsi. A rilanciarlo, più che la politica, ci pensa il Cagliari. Poi arriva il neo-sardismo, la Regione Autonoma, il merchandising identitario, la benda sopra gli occhi e i mori (non si sa bene perché) girati a destra. Il simbolo acquista un sentore positivo e un significato ambiguo. Appartenenza nostalgica e sentimento di disunità. Ognuno nel suo angolo, ognuno per conto suo. Siamo tutti sardi ma non si capisce che cosa vogliono essere “i sardi” e sopratutto non si capisce se vogliamo essere il popolo sardo, la nazione sarda.

È il 1990, Sergio Atzeni conduce delle ricerche per quella che sarà l’epopea di “Passavamo sulla terra leggeri”, gira la Sardegna, visita quelli che definirà “i luoghi del sacro”. Si tratta di un sacro religioso e culturale insieme, un “sacro sardo”, come quello che appare inaspettatamente a risolvere i drammi metropolitani di “Bellas mariposas”. Atzeni approda carico di attese, nella cattedrale di Oristano: la immagina sublimazione di questa sacralità di cui è alla ricerca e invece, dentro alla chiesa ispanizzata, vive una profonda delusione. Ma è solo il preludio a una vera e propria epifania: uscendo, quasi come davanti ad un’apparizione sacra e laica al contempo, il suo sguardo si posa su un simbolo. Un simbolo di unità e libertà. Atzeni ci descrive questa scena, il momento, il luogo: eppure là dove lui ce lo indica quell’Albero materialmente non c’è. E nonostante ciò lui lo vede. Chi parla qui è già Atzeni, il custode del tempo, il cantore di un popolo che narra di una memoria dimenticata, di una presenza assente (o di una assenza che vuol farsi presente), di un rimosso che ritorna grazie alla potenza dell’immaginazione e della conoscenza. Come disse McLuhan, se non c’avessi creduto, non l’avrei visto.

* Una versione leggermente più breve è stata pubblicata da L’Unione Sarda di sabato 27 ottobre 2007 - in occasione della presentazione del proprio libro “La vera storia della bandiera dei sardi” (Cagliari, Condaghes, 2007)

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